Angie Black

Investigatrice privata

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Bio:

Mi chiamo Angie Black e sono nata a Londra il 03/07/1891 da una famiglia benestante. I miei genitori avevano progetti molto ambiziosi per il mio futuro… Tutti infatti, erano convinti che sarei diventata un medico come mio padre, come mio nonno e come suo padre prima di lui, ma la mia voglia di studiare era già scarsa alle medie, figuriamoci al liceo! Avevo altri interessi ed iniziare un percorso all’università, circondata da libri di anatonia, non rientrava tra questi. Probabilmente questo fu il primo dolore che diedi alla mia famiglia, ma non il più grande. Non appena appresero la notizia che non avevo alcuna intenzione di proseguire gli studi, mia madre ebbe una crisi di nervi per settimane, mentre mio padre non mi parlò per tutta l’estate. Londra, pur essendo una grande metropoli, non mi andava a genio, la sentivo stretta, avevo bisogno di vedere il mondo, girare nuovi posti e conoscere altra gente. Cominciai a viaggiare per tutte le capitali europee. I soldi non mi mancavano e per un po’ feci la turista, ma quando le risorse cominciarono a scarseggiare, mi improvvisai investigatrice privata. Fin da piccola, ho sempre avuto un certo talento nell’osservazione, accompagnata da un’ottima memoria visiva. Semplicemente guardando con attenzione una persona, riesco a trarre informazioni sulla sua vita o sulle sue abitudini, questo ancor prima che apra bocca. Ho un sesto senso per le bugie. È come se le persone emettessero un’odore diverso quando stanno mentendo, ed il mio naso difficilmente si sbaglia. Inizialmente sfruttai le mie qualità per piccoli lavoretti. Era quasi un gioco pedinare il marito fedifrago o cogliere in fallo la signora di turno troppo desiderosa di attenzioni da parte di tutti, oltre che di quelle del proprio uomo. Trascorsero alcuni anni e mi piaceva vivere così, mi sentivo libera, una figlia del mondo senza legami, ma a 27 anni, la mia vita subì una brutta sterzata. Arrivai a Mosca, una bellissima città e mentre camminavo verso il Cremlino, incontrai l’amore della mia vita. No, non è uno scherzo, fu amore a prima vista, quello che comunemente viene definito un “colpo di fulmine”. Lui era un artista di strada, un violinista che si guadagnava da vivere così, suonando il violino. Era un’anima inquieta e fu l’unica persona che non riuscii a “leggere” semplicemente osservandola. Il suo estro era come una droga per me…mi fece impazzire. Iniziammo a frequentarci assiduamente e poco dopo ci sposammo. Fu una cerimonia a dir poco intima, eravamo solo noi due. Ai miei genitori inviai una cartolina con una buffa immagine di due gattini vestiti a nozze. Non la presero bene. Pensare che la loro unica figlia si fosse unita in matrimonio in gran segreto era troppo da accettare. I rapporti si freddarono ancora di più e si interuppe anche quella minima corrispondenza che avevamo mantenuto in questi anni. La cosa non mi importò più di tanto, ero felice e mi sentivo completa vicino ad Alexander, mio marito. Tutto cambiò quando Alexander ricevette in ragalo, da un signorotto di passaggio, un violino. Lo sentì suonare così appassionatamente in strada che volle fargli quel dono. Disse che la figlioletta di dieci anni era morta da circa un mese a causa di una meningite particolarmente acuta e quel violino era la sua grande passione, tanto da non separarsene mai. Mi sembrò strano che quell’uomo fosse così disposto a disfarsi di un oggetto tanto prezioso per lui, ma sul momento non ci feci troppo caso. Ad Alexander piaceva quel violino, oltre che ad essere esteticamente molto bello, lavorato nei minimi dettagli, aveva anche un suono meraviglioso, quasi angelico. Con il passare del tempo, quello strumento divenne un chiodo fisso per mio marito, lo suonava sempre, in ogni momento. Ogni volta che suonava era felice, pieno di vita, preso da una frenesia soprannaturale, mentre quando smetteva, il suo umore cambiava in un attimo, era stanco, triste, al limite del depresso. Cominciai ad osservarlo con più attenzione e a prendere nota di ogni suo cambiamento sul mio taccuino. Quel violino aveva qualcosa di strano, un’aurea negativa, era maledetto. Con il passare del tempo questa dipendenza divenne una vera a propria ossessione, non riusciva più a separarsene. Alexander iniziò ad ammalarsi spesso. Nonostante avesse sempre trascorso parecchie ore a suonare nelle fredde strade di Mosca, la sua salute non ne aveva mai risentito, mentre ora non faceva che star male. Da quando sostituì il suo vecchio strumento con quel meraviglioso violino, il suo forte corpo subì un cambiamento. Avvenne tutto gradualmente. Le sue larghe spalle diventarono man mano più strette, il suo corpo forte e muscoloso sempre più filiforme. Aveva un raffreddore perenne, difficoltà respiratorie e una tosse convulsa. Un giorno non riuscii più a trattenermi, ero convinta che tutto dipendesse da quel maledetto strumento e gliene parlai. La sua reazione mi fece trasalire. Si infuriò, mi disse che ero pazza e non ne volle più sapere delle mie fandonie. Le mie non erano invenzioni, ero e sono tutt’ora convinta che quel violino avesse qualcosa di sinistro. Nella speranza di trovare una risposta scientifica al malessere costante di Alexander, mi rifeci viva con i miei genitori. Ci vennero addirittura a trovare a Mosca per vedere da vicino la situazione in cui riversava mio marito e arrivammo alla conclusione che non c’era medicina conosciuta in grado di curarlo. A quel punto decisi di distruggere il violino. Mentre Alexander dormiva profondamente, sgusciai fuori dal letto, aprii la custodia e lo presi in mano, pronta a gettarlo nel camino acceso. In quell’istante mio marito si svegliò, era fuori di sè, ma era troppo debole per opporre resistenza. Ci fu una colluttazione, ma riuscii con facilità a spingelo via da me e gettai lo strumento tra le fiamme. Alexander cominciò ad urlare, quasi stesse bruciando lui vivo. Cercai di calmarlo, ma continuava ad urlare per il dolore, fino a quando cadde a terra immobile. Lo vidi lì, disteso davanti a me, con il viso agonizzante per il dolore e svenni. Al mio risveglio c’erano i miei genitori. Infarto, questo fu il responso del medico legale. Nonostante raccontai più volte ciò che accadde quella notte, nessuno poteva confermare la mia versione, neanche i miei genitori che dormivano nella stanza affianco. Nessuno aveva sentito le grida angoscianti di Alexander, nessuno, tranne me. Del violino nessuna traccia, il fuoco era spento e il camino perfettamente pulito. Dissero che mi ero inventata tutto, un meccanismo di difesa della mente, causato dal forte shock nel vedere mio marito morire davanti ai miei occhi, ma io so che non è così. Non sono pazza e prima o poi lo dimostrerò.

Angie Black

Richiamo di Cthulhu Francesca